Capitalizzazione illegittima degli interessi. Nullità della clausola e diritto alla ripetizione dell’indebito

Capitalizzazione illegittima degli interessi. Nullità della clausola e diritto alla ripetizione dell’indebito

Con la sentenza in commento (CdA Napoli, sez. Settima Civile, sentenza del 13.12.2018)  la Corte d’Appello di Napoli si pronuncia su un appello proposto dal soccombente Istituto di credito nei confronti del correntista che aveva richiesto l’accertamento dell’applicazione di un tasso di interesse usurario sul proprio conto corrente, la cui apertura risaliva al 1985, nonché la verifica relativa all’applicazione di interessi anatocistici e capitalizzati trimestralmente in relazione alla commissione di massimo scoperto.
Il correntista aveva altresì eccepito, nel giudizio di prime cure svoltosi dinanzi al Tribunale di Avellino, la mancanza di forma scritta delle clausole relative agli interessi applicati, deducendone l’illegittimità e la nullità con conseguente richiesta di restituzione degli importi indebitamente pagati alla Banca.
Il Tribunale di prima istanza, in integrale accoglimento della domanda, condannava l’Istituto di credito al pagamento della somma di € 99.097,12 oltre interessi legali dal settembre 2006 a titolo di restituzione di somme indebitamente percepite, ed al rimborso dei 2/3 delle spese di lite.
Proponeva appello la Banca con quattro motivi: 1) legittimità della forma della pattuizione degli interessi ultra legali ed il rinvio per relationem agli usi di piazza; 2) legittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi; 3) legittimità della commissione di massimo scoperto; 4) la prescrizione del credito restitutorio maturato dall’attore.
Quanto al primo motivo, la Corte D’Appello di Napoli ritiene di dover confermare la statuizione del giudice di prime cure, rigettando le argomentazioni della Banca che avrebbe assunto come legittima l’applicazione del tasso di interesse secondo l’uso di piazza, in mancanza di specifica pattuizione tra le parti, richiamando la norma dell’art. 116 TUB.
La Corte ha disatteso tale argomentazione rilevando che l’utilizzo dell’uso di piazza in mancanza di una specifica pattuizione sugli interessi non consentirebbe al correntista di conoscere in maniera esatta il tasso di interesse applicato al proprio conto corrente, rilevando altresì che, in caso di lacune all’interno del contratto, lo stesso debba essere integrato con l’applicazione degli interessi al tasso legale la cui pattuizione resta valida sino alla fine del rapporto, nel caso in cui i contraenti non si accordino diversamente con apposito patto in forma scritta.
Ne deriva che la mancanza di forma scritta della clausola relativa agli interessi ex art. 1284 c.c. non possa essere sanata qualora la pattuizione relativa agli interessi non sia specifica e inequivoca e risultante da atto scritto, né a mezzo successive comunicazioni di modifica unilaterale del contratto, né tantomeno dall’accettazione dell’estratto conto del correntista.
Quanto poi alla capitalizzazione degli interessi applicata, la Banca deduce di essersi adeguata alle disposizioni contenute nella delibera CICR del 9 febbraio 2000, disciplinando sulla base di quella normativa, anche il rapporto di conto corrente facente capo all’appellato.
Nel rigettare anche tale motivo di gravame, la Corte d’Appello osserva che, anche in relazione all’adeguamento delle condizioni previste dalla delibera CICR del 2000, non è intervenuto alcun accordo modificativo tra le parti che consentisse alla Banca di applicare tali nuove condizioni. A ciò si aggiunga che, per consolidato orientamento di legittimità, confermato anche da una pronuncia resa a SS.UU. (Cass. civ. Sez. Unite, 04/11/2004, n. 21095; Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 02/12/2010, n. 24418), “le pattuizioni anatocistiche, insuscettibili di negoziazione individuale e proprie di un sistema connotato dalla regola del prendere o lasciare, sono riconducibili ab initio della prassi di inserimento nei contratti bancari, ad uso negoziale e non già normativo, con la conseguente insuperabile valenza retroattiva dell’accertamento di nullità delle clausole anatocistiche, contenuto nelle pronunzie del 1999”.
Ritiene infatti la Corte che l’emanazione della Delibera del 2000 non abbia alcuna efficacia nei confronti di questa tipologia di contratti, sottoscritti nel periodo antecedente alla sua entrata in vigore: “con la deliberazione del 9 febbraio 2000 il CICR, oltre a prevedere (art. 1), in attuazione dell’art. 120, comma 2, D.Lgs. 385/93, che nelle operazioni di raccolta del risparmio e di esercizio del credito poste in essere dalle banche gli interessi possono produrre a loro volta interessi, sempre che (art. 2) nell’ambito di ogni singolo conto corrente sia stabilita la stessa periodicità nel conteggio degli interessi creditori e debitori, ha anche consentito l’adeguamento alle nuove disposizioni (entro il 30 giugno 2000, con effetti a decorrere dal successivo 1 luglio) delle condizioni applicate sulla base dei contratti stipulati prima della data di entrata in vigore della delibera (22 aprile 2000), mediante pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (entro il 30 giugno 2000) e fornendo alla clientela opportuna notizia per iscritto delle nuove condizioni alla prima occasione utile e, comunque, entro il 31 dicembre 2000. Sennonché, deve considerarsi che il potere (esercitato dal CICR con la deliberazione anzidetta) di stabilire modalità e tempi dell’adeguamento delle clausole relative alla produzione degli interessi sugli interessi, contenute nei contratti stipulati prima della data di entrata in vigore della medesima delibera, è stato conferito dal legislatore con l’art. 25, comma 3, D.L. 342/99, dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale con sentenza del 7 ottobre 2000 n. 425. Tale disposizione legislativa aveva dichiarato valide ed efficaci le clausole in questione, fino all’entrata in vigore della delibera del CICR prevista nel secondo comma, subordinando, però, i loro effetti futuri (per il periodo successivo) al loro adeguamento al disposto della delibera menzionata, secondo le modalità e i termini in essa stabiliti. La dichiarazione d’incostituzionalità dell’articolo 25, comma 3, citato, come impedisce di considerare valide le clausole già stipulate in violazione dell’art. 1283 c.c., egualmente ne esclude la successiva vigenza in virtù di una determinazione unilaterale della banca”.
Ne consegue che le disposizioni contenute nella delibera CICR del 2000 non solo possono disporre solo per il futuro ma non possono anche, nel caso di specie, operare la sanatoria della clausola nulla inserita nel contratto di conto corrente oggetto del contendere.
Con il terzo motivo di gravame la Banca assume la legittimità della commissione di massimo scoperto per aver il correntista, approvato specificamente tale clausola sul contratto.
Osserva il Giudice di appello che la commissione di massimo scoperto, al pari delle altre clausole che prevedono la capitalizzazione degli interessi, debbano essere oggetto di scritta e specifica pattuizione. Nel caso di specie, la clausola che la Banca aveva assunto come specifica, recava in realtà la dicitura “agli interessi ed alle commissioni nella misura stabilita”, difettando pertanto delle condizioni minime volte a determinarne l’ammontare.
Quanto all’ultimo motivo di gravame, relativo ad una presunta prescrizione della richiesta di restituzione delle somme già versate, osserva che la Corte che la norma richiamata dalla Banca era stata oggetto di abrogazione e pertanto, non più applicabile.
La Corte conclude pertanto confermando la sentenza di primo grado nelle motivazioni principali e riformandola parzialmente solo in ordine al calcolo degli interessi passivi per i quali ha ritenuto corretta l’applicazione del tasso di interesse legale, con successivo ricalcolo del dovuto al correntista, dalla Banca.

-Marco Proietti e Roberta Castaldi.